giovedì 4 agosto 2016
Canzone per un'amica - 50 anni dopo
"Rubo" questo magistrale articolo di Marco Ardemagni sul cinquantennale del mortale incidente di S.F. che ispirò "Canzone per un'amica"
lunedì 1 agosto 2016 Lunga e diritta, cinquant'anni fa. "Lunga e diritta correva la strada..." Sono passati cinquant'anni giusti. Non esattamente dalla scrittura della Canzone per un'amica, (conosciuta anche come In morte di S.F.), ma dall'incidente automobilistico avvenuto il 2 agosto 1966 e che fu all'origine della sua composizione, .
Certo, ci sono anniversari più piacevoli da ricordare di un evento drammatico in cui sono morte tre persone, ma la canzone di Francesco Guccini ha ossessionato molti viaggi in auto di chi ha più o meno la mia età. Specialmente nelle scampagnate in comitiva degli anni Settanta e Ottanta c'era sempre qualcuno che la tirava fuori, un po' per esorcizzare la paura degli incidenti, un po' per esortare il guidatore alla massima attenzione. Anche se si sapeva che i fatti narrati si riferivano a una storia vera, all'epoca non ci ponevamo troppe domande su dove, quando e come si fosse verificato l'incidente. Anche noi, come Guccini in un'altra canzone, non sapevamo che viso avesse, neppure come si chiamava (fatta eccezione per le iniziali del nome) la vittima più celebre. Ora invece, grazie alla facilità di accesso ai dati della rete, sappiamo quasi tutto.
Forse per le origini emiliane di Francesco Guccini, forse per quel "lunga e diritta", ho sempre pensato che teatro dell'incidente fosse il tratto emiliano dell'A1. E in effetti fu proprio così: l'incidente avvenne nel tratto tra Reggio Emilia e Modena dell'Autostrada del Sole, la quale era stata inaugurata meno di otto anni prima. Leggiamo cosa dice il Corriere della Sera del giorno dopo.
NELLA ZONA DI REGGIO EMILIA - Tre morti sull'autostrada per il salto di una grossa macchina - E' piombata sulla corsia opposta (...) Reggio Emilia 2 agosto, notte. Sull'Autostrada del Sole, all'altezza del paese reggiano di San Martino in Rio, tre persone sono morte ed un'altra è rimasta gravemente ferita in uno scontro automobilistico. Il tragico incidente è stato causato da un improvviso sobbalzo, che ha portato una grossa vettura targata Modena, guidata da Augusto Artioli, di 21 anni di Modena e con a bordo la fidanzata Silvana Fontana di Castellarana [sic] di Reggio Emilia, in marcia sulla corsia sud, sull'altra corsia dove, come un bolide, si è scontrata con una macchina di media cilindrata targata Bologna che per il violento urto è stata totalmente sventrata. Gli occupanti di quest'ultima auto, Giovanni Diomede di cinquantadue anni e Anna Maria Zana Boni, [sic] che risiedevano entrambi a Bologna, sono morti sul colpo. Gli altri due automobilisti rimasti feriti sono stati trasportati all'ospedale di Reggio Emilia, dove la Fontana è morta più tardi. In corsia è ricoverato l'Artioli per il quale è stata dichiarata la prognosi riservata. E qui veniamo a sapere diverse cose: intanto che "lui" che "vicino sorrideva" era un giovane di soli 21 anni. E questo in parte corregge l'immagine che ci eravamo fatti di una coppia più adulta, forse anche per quell'indizio della mano di lui che "forte teneva il volante". Inoltre veniamo a sapere che ci sono due altre vittime nell'incidente, della cui sorte il cantautore non ci aveva detto nulla salvo limitarsi a indicare correttamente che l'auto "sopra un'altra è finita".
Altri particolari ci vengono resi noti dal più dettagliato articolo de La Stampa:
Auto salta lo spartitraffico e piomba contro un'altra vettura: tre morti Sull'Autostrada del Sole, presso Reggio Emilia - Le vittime sono: un commerciante di 52 anni, una signora quarantacinquenne e una ragazza di 24 anni - Grave un altro giovane (Dal nostro corrispondente) Reggio Emilia, 2 agosto, (p. n.) Tre morti ed un ferito grave, sono il bilancio di una sciagura avvenuta oggi pomeriggio lungo la corsia nord dell'Autostrada del Sole, nel tratto tra Modena e Reggio Emilia. Verso le 15 una vettura «Rover 2000», pilotata dal ventunenne Augusto Artioli, abitante a Modena in vìa Moreali 245, con a bordo la fidanzata Silvana Fontana, di 24 anni, da Castellarano di Reggio, per cause imprecisate, scavalcava l'aiuola spartitraffico e finiva nell'opposta corsia piombando contro una «1500». Questa vettura era guidata dal cinquantaduenne Giovanni Diomede, residente a Bologna in via Sigonio, e con a bordo la signora Anna Maria Zana Boni, di 45 anni, pure di Bo¬ logna, e domiciliata in via Worthema 32. L'urto, avvenuto a circa una decina di chilometri dal casello di Reggio, era tremendo: sul colpo decedevano il Diomede e la Zana Boni, mentre in gravissime condizioni, a bordo di un'autolettiga della Croce Rossa di Modena, venivano trasportati d'urgenza all'ospedale di Reggio Emilia la Fontana e l'Artioli. La Fontana, dopo circa tre ore, decedeva in seguito alle gravissime lesioni riportate. Con prognosi riservala veniva invece ricoverato l'Artioli, ai quali i sanitari riscontravano trauma cranico facciale, trauma toracico ed addominale, sospette lesioni interne e frattura della spalla sinistra. Sul luogo della sciagura si recavano alcune pattuglie della polizia stradale per ì rilievi di legge.
Quattroruote agosto 1964 - Listino Rover
E qui scopriamo anche il modello delle vetture: in particolare quella occupata da Silvana Fontana (ormai conosciamo il nome di S.F.) e dal suo giovane fidanzato: si tratta di una Rover 2000 TC. TC sta per "Twin Carburettor" e 2000 è, ovviamente, la cilindrata. Si tratta di un'auto britannica molto performante e discretamente costosa, uscita solo cinque mesi prima per il mercato europeo e nordamericano: forse non l'ideale da mettere in mano (per quanto forte fosse la mano) di un ventunenne. Quattroruote agosto 1964 - Listino Fiat
Rovistando nel mio caotico archivio ho trovato una copia di Quattroruote dell'agosto 1964: la 2000 TC non era ancora uscita, ma la capostipite Rover 2000 costava 2.850.000 lire cioè - secondo i listini delle case - oltre sei volte il prezzo dell'automobile più economica sul mercato italiano: la Fiat 500 D berlina tetto apribile. Insomma: una discreta sommetta.
L'altra cosa che veniamo a sapere dalla Stampa è l'indirizzo degli sfortunati protagonisti: in particolare l'Artioli, il giovane ventunenne fidanzato di S.F., unico sopravvissuto, abitava in via Monreali 245. Ora, cercando in rete, si trova ancora un dr. Augusto Artioli in via Monreali 245, (chissà che non sia lui), ma cercando ancora meglio scopriamo che gli Artioli di Modena, via Monreali, sono quelli della Poligrafica Artioli, "una delle aziende capofila in città di questo settore che a partire dagli anni Settanta ed Ottanta ebbe un grande sviluppo a livello nazionale" e della Artioli Editore (grafica ed editoriale, modulistica in continuo per centri meccanografici, stampati commerciali, pubblicazioni periodiche, libri d'arte) come scopriamo in un articolo della Gazzetta di Modena sulla morte di Gian Paolo Artioli (chiaramente un parente) nel luglio 2014. Insomma, senza volere eccedere in moralismi generazionali e classisti, probabilmente il nostro Augusto era un ragazzotto di buona famiglia con una macchina un po' troppo grossa per la sua età.
L'ultima cosa che forse vorremmo sapere è dove stessero andando i due giovani fidanzati alle 3 del pomeriggio del primo martedì di quel lontano agosto. Come abbiamo visto le inevitabili induzioni a cui è spinto ogni lettore di un qualsiasi testo letterario mi avevano portato nel giusto per quanto riguarda la collocazione geografica (A1 in Emilia), ma indotto all'errore per quanto riguarda l'età dei protagonisti (me li immaginavo una coppia adulta). Invece, relativamente all'occasione dell'incidente, l'ascolto della canzone mi aveva sempre fatto pensare a una coppia che stesse partendo per una lunga vacanza al mare "la dolce estate era già cominciata"), magari proprio verso la vicina riviera romagnola.
Mappa - il punto dell'incidente indicato dal cerchio rosso Ma probabilmente così non era: l'ipotesi più verosimile è che i due stessero effettuando uno spostamento più breve: potrebbe essere, ad esempio, che nel corso della giornata il giovane Augusto sia andato dalla sua casa di Via Moreali a Modena fino a Castellarano (una cinquantina di km) a prendere la fidanzata e poi da lì - ma qui entriamo ancora di più nelle supposizioni, i due si siano portati fino a Reggio Emilia (a trovare qualcuno? a pranzo?) e che poi stessero rientrando verso Modena, dove abitava lui (altrimenti non si spiega perché i due si trovassero sulla corsia sud, come riporta il Corriere, quella che da Reggio riporta verso Modena) e dove anche lei, come si legge su Io ho in mente te - Storia dell'Equipe 84, riportata da Wikipedia, era "di casa" visto che faceva parte della compagnia di un bar di Modena. Insomma non sappiamo cosa stessero facendo i due, ma non credo che fossero in procinto di partire per una vacanza, ma si aggiravano dalle parti in cui abitavano e forse stavano anzi rientrando a Modena da un breve giro.
Altre cose più relative alla genesi della canzone si possono apprendere appunto sulla voce di Wikipedia dedicata alla canzone: "racconta Franco Ceccarelli componente della band Equipe 84, di cui Francesco era collaboratore: «Eravamo al Festival Nazionale dell'Unità a Ferrara. Pochi minuti prima di salire sul palco, qualcuno ci venne a dire che Silvana, una della compagnia del bar Grande Italia era appena morta, in un incidente stradale. Ma davanti a noi c'erano circa cinquantamila persone che ci aspettavano, e non sapevano che Silvana era una nostra cara amica, e che se n'era andata » (Franco Ceccarelli)
La notizia arrivò alle orecchie del cantautore [Guccini n.d.r.] mentre stava finendo di registrare le canzoni del suo album di esordio Folk beat n. 1 a Milano; tornato a Pavana, scrisse quindi un brano in suo onore, In morte di S.F., con gli accordi del chitarrista Deponti, e lo inserì all'ultimo minuto nell'album. Il brano In morte di S.F., fu poi ridepositato dopo l'iscrizione di Guccini alla SIAE, con il testo a suo nome (la musica rimase intestata a Deponti), con delle lievi modifiche, ma soprattutto col titolo cambiato (per consentirne il rideposito) in Canzone per un'amica. L'ANAS, infatti, fece pressioni per evitare una cattiva pubblicità in tema di sicurezza stradale, riuscendo a farle cambiare il titolo e a censurarla.
Nell'archivio delle opere musicali SIAE sono presenti, come opere distinte, sia In morte di S.F. sia Canzone per un'amica, e per entrambe l'unico autore è Francesco Guccini. Guccini, nelle incisioni dal vivo, userà sempre il nuovo titolo.
Il brano piacque così tanto anche ad Augusto Daolio, allora leader dei Nomadi, che la volle incidere l'anno successivo con la sua band (è contenuta nell'album I Nomadi). Nel 1979 Guccini cantò la canzone al concerto tenuto all'Arena Civica di Milano il 14 giugno per Demetrio Stratos, sul disco derivante da quel concerto la canzone è accreditata con il titolo Per un amico. Nel 1995 Enrico Ruggeri eseguì la canzone in versione rock (con il titolo Canzone per una amica) per l'album Tributo ad Augusto dedicato al cantante storico dei Nomadi Augusto Daolio. Nel 1997 gli Aton's ne hanno inciso una versione prog-rock nella compilation Zarathustra's Revenge (Mellow Records). (Altre informazioni qui e qui sul mio blog relativo a una canzone per ogni giorno dell'anno).
E qui, con la riscoperta (non lo ricordavo) che la canzone - con una importante variazione - venne eseguita nel primo grande concerto a cui ho assistito dal vivo (quello per Demetrio Stratos all'Arena di Milano nel giugno del 1979), forse mi spiego ancora meglio perché questa canzone mi ha ossessionato così a lungo. La ricerca di tutti i dettagli qui tentata non ha il senso di una futile ricostruzione giallistica, ma quello di testare la realtà dei fatti che, attraverso il filtro della scrittura artistica, viene ulteriormente trasfigurata dall'immaginazione dell'ascoltatore.
Pubblicato da Marco Ardemagni a 23:04
lunedì 1 agosto 2016 Lunga e diritta, cinquant'anni fa. "Lunga e diritta correva la strada..." Sono passati cinquant'anni giusti. Non esattamente dalla scrittura della Canzone per un'amica, (conosciuta anche come In morte di S.F.), ma dall'incidente automobilistico avvenuto il 2 agosto 1966 e che fu all'origine della sua composizione, .
Certo, ci sono anniversari più piacevoli da ricordare di un evento drammatico in cui sono morte tre persone, ma la canzone di Francesco Guccini ha ossessionato molti viaggi in auto di chi ha più o meno la mia età. Specialmente nelle scampagnate in comitiva degli anni Settanta e Ottanta c'era sempre qualcuno che la tirava fuori, un po' per esorcizzare la paura degli incidenti, un po' per esortare il guidatore alla massima attenzione. Anche se si sapeva che i fatti narrati si riferivano a una storia vera, all'epoca non ci ponevamo troppe domande su dove, quando e come si fosse verificato l'incidente. Anche noi, come Guccini in un'altra canzone, non sapevamo che viso avesse, neppure come si chiamava (fatta eccezione per le iniziali del nome) la vittima più celebre. Ora invece, grazie alla facilità di accesso ai dati della rete, sappiamo quasi tutto.
Forse per le origini emiliane di Francesco Guccini, forse per quel "lunga e diritta", ho sempre pensato che teatro dell'incidente fosse il tratto emiliano dell'A1. E in effetti fu proprio così: l'incidente avvenne nel tratto tra Reggio Emilia e Modena dell'Autostrada del Sole, la quale era stata inaugurata meno di otto anni prima. Leggiamo cosa dice il Corriere della Sera del giorno dopo.
NELLA ZONA DI REGGIO EMILIA - Tre morti sull'autostrada per il salto di una grossa macchina - E' piombata sulla corsia opposta (...) Reggio Emilia 2 agosto, notte. Sull'Autostrada del Sole, all'altezza del paese reggiano di San Martino in Rio, tre persone sono morte ed un'altra è rimasta gravemente ferita in uno scontro automobilistico. Il tragico incidente è stato causato da un improvviso sobbalzo, che ha portato una grossa vettura targata Modena, guidata da Augusto Artioli, di 21 anni di Modena e con a bordo la fidanzata Silvana Fontana di Castellarana [sic] di Reggio Emilia, in marcia sulla corsia sud, sull'altra corsia dove, come un bolide, si è scontrata con una macchina di media cilindrata targata Bologna che per il violento urto è stata totalmente sventrata. Gli occupanti di quest'ultima auto, Giovanni Diomede di cinquantadue anni e Anna Maria Zana Boni, [sic] che risiedevano entrambi a Bologna, sono morti sul colpo. Gli altri due automobilisti rimasti feriti sono stati trasportati all'ospedale di Reggio Emilia, dove la Fontana è morta più tardi. In corsia è ricoverato l'Artioli per il quale è stata dichiarata la prognosi riservata. E qui veniamo a sapere diverse cose: intanto che "lui" che "vicino sorrideva" era un giovane di soli 21 anni. E questo in parte corregge l'immagine che ci eravamo fatti di una coppia più adulta, forse anche per quell'indizio della mano di lui che "forte teneva il volante". Inoltre veniamo a sapere che ci sono due altre vittime nell'incidente, della cui sorte il cantautore non ci aveva detto nulla salvo limitarsi a indicare correttamente che l'auto "sopra un'altra è finita".
Altri particolari ci vengono resi noti dal più dettagliato articolo de La Stampa:
Auto salta lo spartitraffico e piomba contro un'altra vettura: tre morti Sull'Autostrada del Sole, presso Reggio Emilia - Le vittime sono: un commerciante di 52 anni, una signora quarantacinquenne e una ragazza di 24 anni - Grave un altro giovane (Dal nostro corrispondente) Reggio Emilia, 2 agosto, (p. n.) Tre morti ed un ferito grave, sono il bilancio di una sciagura avvenuta oggi pomeriggio lungo la corsia nord dell'Autostrada del Sole, nel tratto tra Modena e Reggio Emilia. Verso le 15 una vettura «Rover 2000», pilotata dal ventunenne Augusto Artioli, abitante a Modena in vìa Moreali 245, con a bordo la fidanzata Silvana Fontana, di 24 anni, da Castellarano di Reggio, per cause imprecisate, scavalcava l'aiuola spartitraffico e finiva nell'opposta corsia piombando contro una «1500». Questa vettura era guidata dal cinquantaduenne Giovanni Diomede, residente a Bologna in via Sigonio, e con a bordo la signora Anna Maria Zana Boni, di 45 anni, pure di Bo¬ logna, e domiciliata in via Worthema 32. L'urto, avvenuto a circa una decina di chilometri dal casello di Reggio, era tremendo: sul colpo decedevano il Diomede e la Zana Boni, mentre in gravissime condizioni, a bordo di un'autolettiga della Croce Rossa di Modena, venivano trasportati d'urgenza all'ospedale di Reggio Emilia la Fontana e l'Artioli. La Fontana, dopo circa tre ore, decedeva in seguito alle gravissime lesioni riportate. Con prognosi riservala veniva invece ricoverato l'Artioli, ai quali i sanitari riscontravano trauma cranico facciale, trauma toracico ed addominale, sospette lesioni interne e frattura della spalla sinistra. Sul luogo della sciagura si recavano alcune pattuglie della polizia stradale per ì rilievi di legge.
Quattroruote agosto 1964 - Listino Rover
E qui scopriamo anche il modello delle vetture: in particolare quella occupata da Silvana Fontana (ormai conosciamo il nome di S.F.) e dal suo giovane fidanzato: si tratta di una Rover 2000 TC. TC sta per "Twin Carburettor" e 2000 è, ovviamente, la cilindrata. Si tratta di un'auto britannica molto performante e discretamente costosa, uscita solo cinque mesi prima per il mercato europeo e nordamericano: forse non l'ideale da mettere in mano (per quanto forte fosse la mano) di un ventunenne. Quattroruote agosto 1964 - Listino Fiat
Rovistando nel mio caotico archivio ho trovato una copia di Quattroruote dell'agosto 1964: la 2000 TC non era ancora uscita, ma la capostipite Rover 2000 costava 2.850.000 lire cioè - secondo i listini delle case - oltre sei volte il prezzo dell'automobile più economica sul mercato italiano: la Fiat 500 D berlina tetto apribile. Insomma: una discreta sommetta.
L'altra cosa che veniamo a sapere dalla Stampa è l'indirizzo degli sfortunati protagonisti: in particolare l'Artioli, il giovane ventunenne fidanzato di S.F., unico sopravvissuto, abitava in via Monreali 245. Ora, cercando in rete, si trova ancora un dr. Augusto Artioli in via Monreali 245, (chissà che non sia lui), ma cercando ancora meglio scopriamo che gli Artioli di Modena, via Monreali, sono quelli della Poligrafica Artioli, "una delle aziende capofila in città di questo settore che a partire dagli anni Settanta ed Ottanta ebbe un grande sviluppo a livello nazionale" e della Artioli Editore (grafica ed editoriale, modulistica in continuo per centri meccanografici, stampati commerciali, pubblicazioni periodiche, libri d'arte) come scopriamo in un articolo della Gazzetta di Modena sulla morte di Gian Paolo Artioli (chiaramente un parente) nel luglio 2014. Insomma, senza volere eccedere in moralismi generazionali e classisti, probabilmente il nostro Augusto era un ragazzotto di buona famiglia con una macchina un po' troppo grossa per la sua età.
L'ultima cosa che forse vorremmo sapere è dove stessero andando i due giovani fidanzati alle 3 del pomeriggio del primo martedì di quel lontano agosto. Come abbiamo visto le inevitabili induzioni a cui è spinto ogni lettore di un qualsiasi testo letterario mi avevano portato nel giusto per quanto riguarda la collocazione geografica (A1 in Emilia), ma indotto all'errore per quanto riguarda l'età dei protagonisti (me li immaginavo una coppia adulta). Invece, relativamente all'occasione dell'incidente, l'ascolto della canzone mi aveva sempre fatto pensare a una coppia che stesse partendo per una lunga vacanza al mare "la dolce estate era già cominciata"), magari proprio verso la vicina riviera romagnola.
Mappa - il punto dell'incidente indicato dal cerchio rosso Ma probabilmente così non era: l'ipotesi più verosimile è che i due stessero effettuando uno spostamento più breve: potrebbe essere, ad esempio, che nel corso della giornata il giovane Augusto sia andato dalla sua casa di Via Moreali a Modena fino a Castellarano (una cinquantina di km) a prendere la fidanzata e poi da lì - ma qui entriamo ancora di più nelle supposizioni, i due si siano portati fino a Reggio Emilia (a trovare qualcuno? a pranzo?) e che poi stessero rientrando verso Modena, dove abitava lui (altrimenti non si spiega perché i due si trovassero sulla corsia sud, come riporta il Corriere, quella che da Reggio riporta verso Modena) e dove anche lei, come si legge su Io ho in mente te - Storia dell'Equipe 84, riportata da Wikipedia, era "di casa" visto che faceva parte della compagnia di un bar di Modena. Insomma non sappiamo cosa stessero facendo i due, ma non credo che fossero in procinto di partire per una vacanza, ma si aggiravano dalle parti in cui abitavano e forse stavano anzi rientrando a Modena da un breve giro.
Altre cose più relative alla genesi della canzone si possono apprendere appunto sulla voce di Wikipedia dedicata alla canzone: "racconta Franco Ceccarelli componente della band Equipe 84, di cui Francesco era collaboratore: «Eravamo al Festival Nazionale dell'Unità a Ferrara. Pochi minuti prima di salire sul palco, qualcuno ci venne a dire che Silvana, una della compagnia del bar Grande Italia era appena morta, in un incidente stradale. Ma davanti a noi c'erano circa cinquantamila persone che ci aspettavano, e non sapevano che Silvana era una nostra cara amica, e che se n'era andata » (Franco Ceccarelli)
La notizia arrivò alle orecchie del cantautore [Guccini n.d.r.] mentre stava finendo di registrare le canzoni del suo album di esordio Folk beat n. 1 a Milano; tornato a Pavana, scrisse quindi un brano in suo onore, In morte di S.F., con gli accordi del chitarrista Deponti, e lo inserì all'ultimo minuto nell'album. Il brano In morte di S.F., fu poi ridepositato dopo l'iscrizione di Guccini alla SIAE, con il testo a suo nome (la musica rimase intestata a Deponti), con delle lievi modifiche, ma soprattutto col titolo cambiato (per consentirne il rideposito) in Canzone per un'amica. L'ANAS, infatti, fece pressioni per evitare una cattiva pubblicità in tema di sicurezza stradale, riuscendo a farle cambiare il titolo e a censurarla.
Nell'archivio delle opere musicali SIAE sono presenti, come opere distinte, sia In morte di S.F. sia Canzone per un'amica, e per entrambe l'unico autore è Francesco Guccini. Guccini, nelle incisioni dal vivo, userà sempre il nuovo titolo.
Il brano piacque così tanto anche ad Augusto Daolio, allora leader dei Nomadi, che la volle incidere l'anno successivo con la sua band (è contenuta nell'album I Nomadi). Nel 1979 Guccini cantò la canzone al concerto tenuto all'Arena Civica di Milano il 14 giugno per Demetrio Stratos, sul disco derivante da quel concerto la canzone è accreditata con il titolo Per un amico. Nel 1995 Enrico Ruggeri eseguì la canzone in versione rock (con il titolo Canzone per una amica) per l'album Tributo ad Augusto dedicato al cantante storico dei Nomadi Augusto Daolio. Nel 1997 gli Aton's ne hanno inciso una versione prog-rock nella compilation Zarathustra's Revenge (Mellow Records). (Altre informazioni qui e qui sul mio blog relativo a una canzone per ogni giorno dell'anno).
E qui, con la riscoperta (non lo ricordavo) che la canzone - con una importante variazione - venne eseguita nel primo grande concerto a cui ho assistito dal vivo (quello per Demetrio Stratos all'Arena di Milano nel giugno del 1979), forse mi spiego ancora meglio perché questa canzone mi ha ossessionato così a lungo. La ricerca di tutti i dettagli qui tentata non ha il senso di una futile ricostruzione giallistica, ma quello di testare la realtà dei fatti che, attraverso il filtro della scrittura artistica, viene ulteriormente trasfigurata dall'immaginazione dell'ascoltatore.
Pubblicato da Marco Ardemagni a 23:04
martedì 2 agosto 2016
"Sempre pronto a masticare il mondo.."
Rassegna di tre giorni a lui dedicata dal 2 al 4 settembre a Porretta Terme (BO) presso il Rufus Thomas Park.
Durante le tre giornate, ognuna caratterizzata da un tema centrale diverso (I LIBRI, LA MUSICA ed IL CINEMA), Guccini salirà sul palco non per cantare ma per raccontarsi, percorrendo l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri attraverso i suoi miti, le sue origini, le sue ispirazioni. Venerdì 2 settembre sarà la giornata dedicata ai LIBRI: alle ore 18.30 Francesco Guccini verrà intervistato da Alberto Bertoni (professore ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna) e alle 21.15 introdurrà il reading-spettacolo “FRA LA VIA EMILIA E IL WEST” di Giorgio Comaschi, con Juan Carlos Flaco Biondini alla chitarra.
Sabato 3 settembre sarà la volta del tema MUSICA. Alle ore 17.00 Antonio Silva, storico presentatore del Club Tenco, presenterà la musica di Francesco Guccini in lingua spagnola con il concerto dei musicisti Sílvia Comes, Miquel Pujadó e Rusó Sala. Alle ore 19.00 si terrà il conferimento a Francesco Guccini delle chiavi delle città di Alto Reno Terme. Ospite Enzo Iacchetti, che duetterà con Guccini.
A chiudere la serata alle 21.15 il concerto de I Musici, i musicisti che hanno accompagnato Francesco Guccini nella sua lunga carriera live, i quali interpreteranno alcune delle canzoni suonate in quello che è stato definito un neverending tour durato oltre 40 anni. I Musici sono Juan Carlos Flaco Biondini (voce e chitarre), Vince Tempera (pianoforte e tastiere), Antonio Marangolo (sax), Pierluigi Mingotti (basso) e Ivano Zanotti (batteria). Domenica 4 settembre, giornata conclusiva della rassegna, sarà invece dedicata al CINEMA. Dalle ore 10.00 verranno proiettati i documentari che hanno per protagonista Francesco Guccini: “AMERIGO – NASCITA DI UNA CANZONE” (Francesco Guccini – Pier Farri); “ALBUM CONCERTO CON I NOMADI” (Silvano Agosti); “NELL’ANNO 2002 DI NOSTRA VITA, IO FRANCESCO GUCCINI…” (Francesco Conversano – Nene Grignaffini); “FRANCESCO GUCCINI. LA MIA THULE” (Francesco Conversano – Nene Grignaffini); “BONUS TRACK – FRANCESCO GUCCINI” (Sky Arte).
Durante le tre giornate sarà possibile assistere alla mostra fotografica di Yago Corazza e Greta Ropa, viaggiatori che da anni collaborano con Unicef ed Emergency ed all’installazione a cura di LIO e il mondo di TJ dal titolo “Io non volevo andarmene a casa”.
Durante le tre giornate, ognuna caratterizzata da un tema centrale diverso (I LIBRI, LA MUSICA ed IL CINEMA), Guccini salirà sul palco non per cantare ma per raccontarsi, percorrendo l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri attraverso i suoi miti, le sue origini, le sue ispirazioni. Venerdì 2 settembre sarà la giornata dedicata ai LIBRI: alle ore 18.30 Francesco Guccini verrà intervistato da Alberto Bertoni (professore ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna) e alle 21.15 introdurrà il reading-spettacolo “FRA LA VIA EMILIA E IL WEST” di Giorgio Comaschi, con Juan Carlos Flaco Biondini alla chitarra.
Sabato 3 settembre sarà la volta del tema MUSICA. Alle ore 17.00 Antonio Silva, storico presentatore del Club Tenco, presenterà la musica di Francesco Guccini in lingua spagnola con il concerto dei musicisti Sílvia Comes, Miquel Pujadó e Rusó Sala. Alle ore 19.00 si terrà il conferimento a Francesco Guccini delle chiavi delle città di Alto Reno Terme. Ospite Enzo Iacchetti, che duetterà con Guccini.
A chiudere la serata alle 21.15 il concerto de I Musici, i musicisti che hanno accompagnato Francesco Guccini nella sua lunga carriera live, i quali interpreteranno alcune delle canzoni suonate in quello che è stato definito un neverending tour durato oltre 40 anni. I Musici sono Juan Carlos Flaco Biondini (voce e chitarre), Vince Tempera (pianoforte e tastiere), Antonio Marangolo (sax), Pierluigi Mingotti (basso) e Ivano Zanotti (batteria). Domenica 4 settembre, giornata conclusiva della rassegna, sarà invece dedicata al CINEMA. Dalle ore 10.00 verranno proiettati i documentari che hanno per protagonista Francesco Guccini: “AMERIGO – NASCITA DI UNA CANZONE” (Francesco Guccini – Pier Farri); “ALBUM CONCERTO CON I NOMADI” (Silvano Agosti); “NELL’ANNO 2002 DI NOSTRA VITA, IO FRANCESCO GUCCINI…” (Francesco Conversano – Nene Grignaffini); “FRANCESCO GUCCINI. LA MIA THULE” (Francesco Conversano – Nene Grignaffini); “BONUS TRACK – FRANCESCO GUCCINI” (Sky Arte).
Durante le tre giornate sarà possibile assistere alla mostra fotografica di Yago Corazza e Greta Ropa, viaggiatori che da anni collaborano con Unicef ed Emergency ed all’installazione a cura di LIO e il mondo di TJ dal titolo “Io non volevo andarmene a casa”.
martedì 14 giugno 2016
lunedì 2 maggio 2016
Alma mater studiorum
In una bella puntata di "Il tempo e la storia" dedicata alla Sorbona, Massimo Bernardini, primo biografo di Guccini, è riuscito a infilare
un estratto da "Raccontare la città" di Giulio Macchi del 1977.
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venerdì 29 aprile 2016
30 anni di Internet
Il 30 aprile del 1986, trent'anni fa, l’Italia per la prima volta si è connessa ad Internet, lanciando un messaggio a metà tra il pop e il futurista: "Ping". I giovani di oggi, nativi digitali, non riescono a immaginare una vita senza il web, la rete, i social, mentre i giovani di allora, cinquantenni di ora, non avrebbero mai potuto immaginare la portata della rivoluzione che avrebbe per sempre travolto le loro vite. Insomma, è una data da festeggiare un po' per tutti: per questo è nato l'Italian Internet day. E pochi anni dopo LUI c'era...
martedì 26 aprile 2016
"La Raffa mi corregge gli errori..."
Pubblichiamo un estratto del libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest'affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Claudio Magris. E, in questo estratto, Francesco Guccini.
Il cartello stradale reca scritto: Pavana. Nel cuore dell’Appennino emiliano, già provincia di Pistoia. Fermo la macchina, oltre- passata la segnalazione, per accertarmi di essere sulla strada giusta; una gentile farmacista mi rassicura: «La sua casa è proprio quella». Ne seguo alla lettera le indicazioni e varco il cancello dell’abitazione. Premo il campanello e mi trovo davanti il Maestrone, come lo chiamano dai tempi dell’Università a Bologna.
Guccini non ha i vezzi del cantautore moderno. Ed è proprio come lo immaginavo, come l’ho conosciuto dai brani musicali. «Da ragazzino volevo fare lo scrittore e ci sono riuscito. Il primo romanzo me lo hanno pubblicato perché ero già conosciuto come autore. Ho iniziato a suonare con gli amici ai tempi del rock ‘n roll e sono quindi entrato in un’orchestra da balera».
Interrompe la musica e l’Università di Lingue per i di- ciotto mesi della leva obbligatoria (esperienza che andrebbe recuperata). Il primo giorno di militare si trova a Lecce in una serata torrida di luglio. Le divise odorano di nuovo e ai neoarrivati tocca prendere ago e lo per cucirsi le mostrine sopra il berretto. «C’era una tristezza diffusa, arrivò un to- scano e disse: “Ma è tua quella chitarra? Perché non canti qualche cosa?”. Stringemmo un patto: se cantavo, lui cuciva. Cantai e facemmo festa allontanando la tristezza; la chitarra ha risolto tante situazioni».
Al termine del servizio militare ritorna in università ma cambia facoltà iscrivendosi a Lettere. Lì ha la fortuna di avere come professore un grande italianista, Ezio Raimondi («negli ultimi anni ho poi avuto la possibilità di incontrarlo diverse volte a cena con amici»). Contemporaneamente lavora in una redazione come cronista, sempre trovando margini di tempo per scrivere le proprie canzoni. Sono gli anni in cui comincia a collaborare con il gruppo I nomadi e scopre di aver successo. Ma è ancora indeciso, incerto, tanto è vero che «il mio primo LP non ospita tutte canzoni rmate da me, perché non ero iscritto ancora alla SIAE e non ero certo di farlo». Poi arrivano altri dischi e i primi concerti e capisce che questo sarà il suo mestiere. Gli domando se la passione per la musica è nata tra le mura di casa:
«Mio padre da giovane ha suonato un po’ il mandolino, mia madre cantava in casa insieme a mia nonna. In generale le signore di un tempo accompagnavano le faccende di casa con i canti; ricordo il vasto repertorio popolare di mia nonna. In più qui ci troviamo tra collina e montagna, il Corno si trova a 2.000 metri di altez- za. L’assenza di tante attività, come potevano esserci in città, ha permesso di concentrarsi sulla musica».
All’indomani dell’esperienza da cronista e dopo aver intrapreso la carriera da cantautore, lavora per quasi vent’anni al Dickinson College, la scuola off campus a Bologna dell’Università della Pennsylvania. Guccini, però, non aveva concluso il percorso di laurea: «Terminati gli esami mi ritrovai all’inizio della carriera da cantautore e finii per trascurare la tesi che trattava di canto popolare. Molto tempo dopo, alla ne degli anni Ottanta, pensai di presentare come tesi quello che poi sarebbe diventato Il Dizionario del dialetto pavanese, ma in segreteria mi dissero che ci sarebbero state da pagare tasse universitarie esorbitanti, così lasciai perdere». Ma quasi a saldo di quell’impegno riceverà in corso di carriera due lauree honoris causa, la prima in Scienze della Formazione e la seconda, per l’appunto, in Lettere.
I luoghi di Guccini sono Pavana, Bologna e Modena dove nasce quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia: «Mio padre era già in guerra ed è tornato due anni dopo aver fat- to molto tempo in campo di concentramento. Mia madre era carpigiana, abitavamo lungo il ume accanto ai tre mulini. Di ritorno dalle prigioni mio padre riprese a lavorare nelle Poste e mia madre proseguì nel fare la casalinga. Il papà era perito elettromeccanico e avrebbe tanto voluto studiare alle Magi- strali, leggeva moltissimo, in particolare di storia». Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferisce a Bologna «per un caso strano»: il padre torna a casa e annuncia che un collega delle Poste è alla ricerca di un collega disposto a fare a cambio con lui che desidera trasferirsi a Modena. «Ci trasferimmo a Bologna. Vi rimanemmo sino a che mia moglie ha ottenuto la cattedra di Lettere alle scuole medie in queste zone di Pavana».
Interrogato sui maestri, Guccini ne ricorda due in particolare. Il primo è Franco Violi, il professore di Lettere e Latino alle magistrali con una smisurata passione per la storia medievale e la toponomastica, il secondo è il già citato Ezio Raimondi. «Per quanto riguarda i maestri letterari ne ho avuti moltissimi perché ho sempre letto molto; capitava che prendessi in un certo periodo un drizzone per un autore, allora divoravo tutto ciò che aveva scritto. Dal punto di vista musicale, beh, prima ci sono stati i francesi Jacques Brel e George Brassens: amavo quel tipo di canzone, l’armonia e il linguaggio. Poi mi sono appassionato ai cantacronache italiani all’inizio degli anni Sessanta: da Fausto Modei a Italo Calvino, passando per Pier Paolo Pasolini. C’era spazio anche per ilcabaret, come si capisce anche dal mio 1° album».
Ma il vero spartiacque nel genere arrivò con Bob Dylan che «dettò il clima e l’orientamento di quel tempo». «Ma poi sono andato avanti con le mie gambe».
Quando gli domando di parlarmi dei suoi allievi sorride. «Ci sono alcuni in cui risento parte del mio stile, ma la cosa che mi genera più simpatia è quando ascolto cantanti che imitano la mia erre arrotata». Da quattro anni non scrive più canzoni e ci tiene a sottolineare che non si è mai chiuso in casa a scrivere brani per il disco in uscita:
«Capitava che venisse un’idea e dal momento che avevo sempre sotto mano una chitarra mi mettevo a pro- vare un giro armonico e costruivo la melodia. I primi tempi ero veloce, una canzone nasceva in un paio di ore, eccezion fatta per La locomotiva per la quale ho impiegato venti minuti. Ma di recente ho perso interesse a tenere sotto mano la chitarra, non aveva più senso per me scrivere canzoni».
Ora è molto più preso dalla scrittura: ha all’attivo tre romanzi, un libro di racconti, un libro sulle canzoni, un Dizionario delle cose perdute e sette gialli. «Con l’amico Loriano Machiavelli abbiamo creato sette gialli, due con un personaggio della guardia forestale e dato che pare che stia per scomparire dob- biamo cambiare lavoro al personaggio», dice ridendo. «Per il giallo ognuno fa un capitolo, poi l’altro lo rilegge e lo riguarda». Quanto allo scrivere ha molta facilità, non nutre il terrore della pagina bianca. «Mi siedo e vado, se sono stanco lascio perdere, non ho l’ossessione delle ore di lavoro. Dopo aver riletto tendo ad aggiungere più che a togliere». La sua prima correttrice è la moglie Raffaella. «Mi tratta come un suo alunno e mi segnala tutti gli errori sottolineandoli. Sto cercando di spiegarle che si tratta di stile, ma non ne vuole sapere. Ogni tanto discutiamo».
Cerco di riorientare la conversazione in materia di musica e, più nello specifico, in merito alle opportunità che ci sono oggi in questo ambito. «A essere sinceri sono poche: sono presenti 3-4 multinazionali della discografia che hanno inglobato ogni cosa e hanno sistemi molto diversi di produzione da quelli con cui sono cresciuto. I talent scout che selezionano i nuovi cantanti trovano spesso ragazzi molto preparati tecnicamente ma privi della scorza che si acquisisce cantando in una balera o per strada». Calca le parole sul fatto che la discografia oggi è molto attenta a fare successo in tempi brevi. «Ma il mio primo LP che ha avuto successo è stato il quarto, i primi tre non hanno avuto un riscontro d’affari. Oggi non potrei rientrare in codeste logiche». Chiosa l’argomento dicendo che vale la pena dedicare una vita a questo mestiere se l’interesse non è volto a diventare un cantautore professionista ma alla musica. «Il contenuto di una canzone è il suo cuore. Oggi molte persone passano da casa mia per salutarmi», ne deduco che la gentile farmacista abbia dato indicazioni non solo a me, «succede perché le canzoni hanno suscitato un qualcosa che è rimasto. Qualche giorno fa ero in clinica per un problema di calcolo e una suora si è avvicinata dicendomi: “Ascoltando alcune delle sue canzoni mi sono convertita”». Comincia a sorridere: «Ho detto alla suora che non poteva darmi la colpa di questo». Di esempi sull’incidenza dei contenuti ne ha molti da raccontare. Come quando la Polizia gli chiese di essere il testimonial per una campagna di prevenzione per gli incidenti stradali per il successo di pubblico che ebbe con Canzone per un’amica.
Ci addentriamo nel territorio delle canzoni: «Il più importante dei primi album è stato Radici, che ha avuto il pubblico più ampio. A seguire Via Paolo Fabbri 43, l’indirizzo di Bologna dove ho abitato. In ne l’ultimo, il ventiquattresimo, L’Ultima Thule». Nel parlare delle creature musicali ricorda il fascino provato nei confronti della sala di incisione, la novità della tecnologia dei macchinari. «All’inizio trascorrevo l’intera giornata in sala d’incisione per controllare l’intero processo; poi la noia incombeva. Siamo arrivati a registrare l’ultimo album al Mulino dei miei nonni, dove c’erano stanze normali e gli spazi mi ricordavano di quando le persone camminavano accompagnati dai muli, dai somari, con il carico di grano da trasportare.
Ero incuriosito e divertito dall’idea di lavorare in un luogo simile. Abbiamo attrezzato lo studio e forse l’aspetto più complicato è stato portare il pianoforte a coda. Abbiamo cantato come non facevo da tempo, potevo persino fumare in quel posto. L’ultimo album si è rivelato prezioso: avevo in testa di chiudere il percorso musicale con un’isola lontana di antiche mitologie, poi vidi un quadro che la rappresentava, ma non individuavo l’immagine corretta per la copertina. Inseguivo una gura di veliero abbandonato in un mare glaciale e poi conobbi un fotografo specializzato in aurore boreali, Luca Bracali, che aveva scattato l’immagine che cercavo. Lo incontrai in trattoria. Come capitò per mia moglie. La tratto- ria è sempre stata strategica per me». Si accende una sigaretta per facilitare la memoria: «Amo l’album Radici in cui ci sono diversi brani che preferisco, come Bisanzio, Amerigo, Signora Bovary, Piccola città, Incontro. Ci sono poi alcuni che sono nati in un determinato periodo storico ma che sono attuali, come Nostra Signora dell’ipocrisia, o Libera nos Domine o Addio in cui mi scaglio contro le barbarie della nostra società. Quasi mai ho scritto canzoni politiche, a parte la Locomotiva che più che altro è romantica. Peraltro i miei brani cantati da altri sono pochi, ma Dio è morto l’hanno cantata in moltissimi e ultimamente la chiedono ancora. Poi sono affezionato a Vorrei che ho scritto per Raffaella quando l’ho conosciuta».
Guccini non ha mai scritto una canzone al mattino, lo ha sempre fatto la sera o di notte. Oggi, però, va a dormire sul presto, com’è uso in montagna
«Mi sedevo abbracciando la chitarra, a volte le canzoni venivano da sé, altre volte tardavano. Tutto nasceva da un personaggio o da una vicenda che mi aveva colpito in qualche modo». Come accadde per il primo disco, nel 1966: si stava muovendo verso Milano con un budget povero, un amico di Modena gli disse che era morta in un incidente stradale un’amica comune, tornò per un periodo di pausa e scrisse Canzone per un’amica. Oppure quando voleva scrivere un brano per il prozio emigrato in America in qualità di minatore. «Volevo raccontare la storia di due Americhe, la sua legata al lavoro, la mia ideale e adolescenziale. Faticai a ingranare l’argomento, ma poi nacque». Un’altra canzone è stata Bisanzio alla quale Guccini ragionava da tempo. Si mise a leggere di tutto per reperire spunti e colori di una storia che riusciva a immaginare solamente nei tratti più sommari. Trovò lo spunto nella vicen- da della Rivolta del Niké quando Giustiniano era in procinto di fuggire e fu fermato dalla madre che così gli parlò: «Quando uno è nato nella porpora deve avere il coraggio di morirci». Giustiniano prese i soldati e vinse la guerra. «Leggendo molto mi sono imbattuto nel nome di Filemazio che è poi diventato il personaggio della canzone, un vecchio a cavallo fra due mondi tanto cronologici quanto geogra ci». Persino la Bambina por- toghese è nata da un racconto. Così molte altre. «Per qualche altro brano invece è capitato un avvenimento che mi ha spinto a tradurlo in canzone».
«In fondo scrivere è sempre ciò che ho fatto, prima su un pentagramma e oggi su pagina bianca».
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