venerdì 16 giugno 2017

26 giugno Carpi Summer Fest: una chiacchiera con Massimo Bernardini

Il cantautore scenderà per sempre dal palco dopo il Carpi Summer Fest. «Non ho paura di commuovermi. Basta anche con i miei racconti in pubblico» di Andrea Laffranchi per IL CORRIERE DELLA SERA «Penso proprio che sarà l’ultima volta su un palco». Francesco Guccini annuncia il secondo ritiro dalle scene. Il primo era arrivato nel 2013 con la pubblicazione di L’ultima Thule: basta concerti e basta dischi. Da allora è rimasto fedele alla promessa. Un solo tradimento per il concerto post terremoto in Emilia. Sul palco ci è tornato tante volte, ma solo per parlare, per raccontare la sua vita lasciando poi la scena ai Musici, band che lo ha accompagnato per anni. E così accadrà il 26 giugno al Carpi Summer Fest: una chiacchiera con Massimo Bernardini e poi il concerto degli amici. PUBBLICITÀ Come se la immagina questa «seconda» ultima volta? «Come le altre: tranquilla, buona, bella». Teme la lacrima? «Non ho paura di commuovermi. Forse se cantassi, ma non lo farò. Ho detto da tempo basta. Adesso c’è la voce di Flaco (Juan Carlos Biondini, il chitarrista argentino con lui da 40 anni, ndr)». Rimpianti? «No. È una decisione presa con maturità. Per me è stato un grande sollievo. Facevo fatica. La tensione era sempre presente. L’età avanzava e non avevo più la forza di stare in piedi due ore e mezza». Le manca qualcosa? «L’incontro con i musicisti e gli amici, le battute e le cene, le barzellette». Se lo ricorda l’ultimo? «A Bologna il 3 dicembre 2011. Sono stato poco bene sul palco. Le persone del mio staff pensavano fosse un infarto. Volevano portarmi al pronto soccorso e io ho dirottato tutti al ristorante. Non avevo previsto fosse l’ultimo. Però poi le preoccupazioni e anche il fatto che da tempo fosse scomparso il mio manager mi hanno fatto prendere quella decisione». Tempo fa ha detto che aveva smesso perché aveva fatto un voto. Può svelarlo? «Era una battuta. La uso spesso quando non voglio fare qualcosa. Come quella volta che ero con amici a un pranzo all’aperto nell’entroterra modenese. Una signora mi chiese di cantare “Happy birthday” per il nipotino. Mi liberai dicendo che avevo fatto un voto. Lo stesso quando mi offrono qualcosa da mangiare che non mi piace». L’intervista si interrompe qualche minuto perché il gatto reclama la pappa. Lei debuttò nel 1967. La prima immagine pubblica è stata la partecipazione a «Diamoci del tu», programma tv condotto da Caterina Caselli che la presentò come «il mio caro amico Francesco». Che ricorda? «Avevo fatto l’autore per i Nomadi e l’Equipe 84, ma non ero nessuno. Ero emozionatissimo. Caterina, donna oggi raffinatissima, si fece scappare un “lo tengo a battezzo”, retaggio del dialetto modenese». Un Guccini irriconoscibile. Senza barba... «Fa impressione anche a me. La barba l’ho fatta crescere nel 1970 per protesta. Non sociale, piuttosto familiare. Non ho mai smesso di portarla». Funzionava come oggi? Iniziarono a fermarla per strada? «Non cambiò nulla. Continuò a non riconoscermi nessuno. Fortunatamente ho sempre potuto camminare per strada senza essere disturbato». Non faccia il modesto.. «Solo negli ultimi anni con i cellulari mi fermano per le foto. E a volte qualcuno arriva fin sotto casa, soprattutto nei fine settimana». Ha smesso con la musica suonata anche in privato? «La chitarra è in un angolo della casa e non si sposta dai tempi dell’ultimo disco. Ho provato qualche volta con gli amici ma non ci riesco più. Non ho più i calli sulle dita. Mi fa subito male». Basta musica, ma Guccini è anche uno scrittore... «Mi siedo al computer tutti i giorni e scrivo. Ho appena finito un giallo che uscirà in autunno». Ha ceduto alla tecnologia? «Continuo a non avere il cellulare. E nemmeno la patente. Sono una specie protetta dal Wwf... Il computer è perfetto per il lento sviluppo della pagina e il taglia e incolla. Mentre la canzone è un flash immediato, una botta. Quelle le ho sempre scritte con carta e penna». Lo stereotipo del cantautore è «uno sul palco con la chitarra e la bottiglia di vino». Si sente un monumento? «I cantautori sono stati le voci più interessanti di questi anni. Hanno fatto cose importanti. E anche io, al di là della mitologia, credo di aver fatto cose buone. Un’amica che lavora all’università di Ginevra sta facendo una critica letteraria delle mie canzoni e ogni tanto le dico “ma sei sicura che ho fatto tutte quelle cose che dici?”».

lunedì 29 maggio 2017

Dopo "soli" 77 anni Guccini diventa pavanese!

SAMBUCA: «Son di queste parti da 77 anni, in questa casa qua (indica il Mulino di Chicon, ndr). Pensavo già di averla, grosso modo, la cittadinanza. Ma così... onoraria...». L’ha ricevuta eri pomeriggio, Francesco Guccini, dalle mani del sindaco Fabio Micheletti. Ed era davvero a casa sua, nella sua Pavana, dove ora abita, accompagnato dal «suono continuo e ossessivo che fa il Limentra», nel giardino del Mulino di Chicon, oggi di proprietà del cugino Silvano Bonaiuti, ma costruito intorno al 1870 da quell’omonimo bisnonno del cantautore modenese, accolto da tanti amici, anche dell’infanzia, che con lui han voluto condividere un momento di gioia. E i ricordi di tempi andati, di emozioni e giochi giovanili, hanno “impregnato” le ore del tardo pomeriggio. In fin dei conti non poteva che essere così. In quel Mulino, il Maestrone ha passato cinque anni della sua infanzia, e poi ci tornava le estati e durante molte feste comandate ed il cerchio si è chiuso registrandoci l’ultimo album. Luoghi e persone che Francesco conosce bene, troppo bene perché tutti i presenti non si commuovessero. «E devo dire – ha proseguito Guccini – che di cittadinanze onorarie ne ho avute altre quattro o cinque, adesso non ricordo bene». Manda a memoria San Remo, Bra, Bologna, Porretta. Poi precisa «si sono dimenticati, giustamente, Modena, perché ci son nato. Ma non è che mi sia mai piaciuta come città e questa di Sambuca mi ha fatto piacere». Al tavolo assieme al cantautore, il sindaco Micheletti che ha detto «se la democrazia è una convivenza fondata sul dialogo Francesco Guccini ne è un eccellente interprete. Ha trasmesso a questa comunità di semplici montanari con la sua costante presenza in Sambuca proprio l’amore per la cultura, rendendoci consapevoli della nostra identità». Poi gli interventi del fan Igor Taruffi, di Porretta e consigliere regionale dell’Emilia Romagna, quello di Stefania Bettinelli che su Guccini ha basato la sua tesi di laurea e le parole e i ricordi dell’amico Franco Casari, che ha paragonato Francesco ai grandi che hanno reso famosa Sambuca come ad esempio Michele Barbi. E il Maestrone ha preso la palla al balzo per dare sfogo alla sua ironia. «Sono il primo pavanese ad avere l’onore di prendere la cittadinanza sambucana. Io però son conosciuto in Italia, ma mi fermo lì. C’è un pavanese che sta riempiendo del suo nome e del nome di Pavana, l’Europa intera. Quindi io se fossi di Sambuca la cittadinanza la darei a Savigni perché sta esportando maiali in tutta Europa, è molto più meritorio di me. Qualcuno un giorno mi ha detto: chiameranno come Sasso Marconi Pavana-Guccini. No dico! chiameranno Pavana-Savigni». A volere questa manifestazione anche il vice sindaco Daniela Niccolai, Diego Filippini e Sara Lodovisi.

martedì 9 maggio 2017

Un caso per il maresciallo Santovito

SAMBUCA PISTOIESE. Hanno forzato prima la serratura del cancello della recinzione, poi, salite le scale, quella della porta della cabina di trasformazione dell’Enel. E una volta all’interno, hanno versato della benzina sui cavi elettrici che alimentano i ripetitori di segnale collocati in cima all’alta torre che si staglia sulla vetta del Monte La Croce, sull’Acquerino, nel comune di Sambuca pistoiese. Appicando poi il fuoco e isolando per ore su gran parte della Montagna pistoiese i cellulari serviti da tutte le compagnie di telefonia mobile e anche le radio dei carabinieri. L’attentato incendiario è avvenuto poco prima delle 4,30 di lunedì mattina, 24 aprile, in base alle registrazioni dell’orario in cui all’Enel è scattato l’allarme relativo al guasto. Rilevanti i danni causati ai cavi di alimentazione e ai trasformatori che convertono la corrente ad alta tensione che arriva alla cabina. Sul posto sono intervenuti prima i tecnici dell’azienda eletrica e poi, una volta scoperto il motivo per cui si era verificato il black-out, i carabinieri della Stazione di Sambuca (seguiti poi dai colleghi di Firenze, competenti per quanto riguarda la manutenzione del ponte radio dell’Arma) e i tecnici della Telecom, proprietaria della torre (alta circa 90 metri) su cui sono collocati i ripetitori telefonici.

giovedì 27 aprile 2017

Addio a Guazzaloca

Aldo Cazzullo sul Corriere: "Nessuno come lui incarnava quel misto di bonomìa, scetticismo, umanità che fa l’homo bononiensis; e nessuno dopo di lui ci riuscirà. Non era di destra. Detestava i fascisti da quando, bambino di 14 mesi, ne vide uno versare a terra per sfregio l’olio razionato, che la madre aveva preso dopo una lunga coda. Ma detestava anche la sinistra. Non ne sopportava l’alterigia intellettuale, né il sistema emiliano di potere. La sua idiosincrasia si allargava ai cantautori bolognesi: «Avete creato mostri, per colpa di voi giornalisti Guccini si crede Prévert, Dalla pensa di essere Mozart!»; e il bello è che loro lo adoravano, Guccini aveva giocato a carte con lui, Dalla lo sostenne nella battaglia persa con Cofferati. Sopportava Prodi, anche se lo definiva «grande esperto di piastrelle», per uno studio giovanile sul distretto della ceramica di Sassuolo."

lunedì 13 febbraio 2017

Roberto Parodi, non solo moto!

Tornelli, manganelli ed osterie

OLOGNA - "Mettere i tornelli forse è anche giusto, ma dare manganellate mi sembra brutale " commenta Francesco Guccini dalla casa degli avi a Pavana sul crinale d'Appennino che divide l'Emilia dalla Toscana. Da lì Bologna appare lontana, ma il cantautore non ha mai tagliato il cordone ombelicale che lo lega alle Due Torri, dove ogni tanto scende nella sua via Paolo Fabbri a due passi dalla storica osteria Vito scenario di partite a tarocchino e di canzoni scritte di getto tra un bicchiere e una giocata. Si è esagerato coi manganelli? "Premesso che mica c'ero e che so tutto dai giornali e dalla televisione, dico che prendere a bastonate gli studenti è un metodo un po' troppo brutale. Anche se, purtroppo, nelle manifestazioni il manganello si è sempre usato. Un tempo forse anche più di oggi". A proposito del passato, c'è chi ha paragonato questa protesta a quella del '77 prima e dopo l'uccisione di Pierfrancesco Lorusso. Trova che sia un paragone che tiene? "Assolutamente no. Quarant'anni fa l'atmosfera era del tutto diversa. Allora c'era la politica, i gruppi erano fortemente politicizzati e gli scontri ideologici. Inoltre la gravità di quel che successe allora è molto superiore. Non dimentichiamoci che ci fu un morto, che Bologna visse giornate drammatiche in cui via Zamboni, davanti al Rettorato e alla sede di Lettere e filosofia, era un crocevia di autoblindo dell'esercito e di camionette per smantellare le barricate erette dagli studenti". Lei fu coinvolto dai ragazzi del Movimento? Partecipò a qualche manifestazione? "Ricordo che feci un concerto per chiedere la liberazione di alcuni animatori della protesta che erano stati arrestati. Io e Roberto Vecchioni cantammo al palasport in piazza Azzarita. Questo accadde prima che Lorusso venisse ucciso. Fu un concerto molto partecipato e con tanto pathos. Il palasport era gremito. Un'altra differenza tra quei tempi e l'oggi è che allora c'era più voglia di stare assieme, più partecipazione. Quell'anno però successero anche altre cose. Per esempio un progetto di radio abortì". Di cosa si trattava? "Era una radio a cui demmo il nome di "Marconi & company", ma finimmo solo per fare delle inutili prove tecniche di trasmissione senza mai esordire ufficialmente perché quando fu il momento di partire la polizia chiuse d'imperio radio Alice, l'emittente del Movimento. Oltre a me erano coinvolti Lucio Dalla e Franco Bonvicini, il celebre Bonvi di Sturmtruppen ". Perché decideste di non partire con le trasmissioni? "Un po' per solidarietà con la chiusura di radio Alice che consideravamo una cosa ingiusta, un po' perché il clima era tesissimo, al limite del respirabile. La polizia controllava tutto, intercettava le telefonate, sembrava di stare dentro una cospirazione. Un giorno sentimmo proprio Bonvi che parlava con Red Ronnie in una lingua allusiva che pareva in codice. A quel punto io, Dalla e il resto dei fondatori ci siamo detti: lasciamo perdere va là". Questa protesta vive un altro clima e attraversa un'altra città rispetto al '77. Com'è cambiata Bologna nella sua antropologia. Per dirla con le parole della sua canzone: oggi è più matrona o più busona? "Né l'una né l'altra. Vivo in Appennino dal 2001. Quel che mi sembra chiaramente distintivo è che in quegli anni, pur pieni di scontri, c'era più gioia di vivere. Ora i bolognesi vivono appartati, sembrano aver smarrito il gusto di stare assieme. Forse allora era l'effetto di una città più politicizzata e quindi mossa da passioni". Dunque non riconosce la sua città? "No. Posso dire che nei sedici anni di assenza, ogni volta che ritorno trovo una città diversa, per molti versi irriconoscibile. Potrei farle molti esempi". Cosa l'ha colpita di più? "Di recente sono tornato per la proiezione di un documentario girato ad Auschwitz l'anno scorso a cui ho partecipato assieme agli studenti medi e a molte autorità. Ho fatto tappa con gli amici da Vito, dove, tra l'altro, ho scritto parte dei miei libri firmati assieme a Loriano Macchiavelli. A mezzanotte e mezzo il locale era quasi vuoto. Nel '77 cominciava a riempirsi a quell'ora. Noi ci facevamo scrupolo. Uno diceva: "Andiamo da Vito?" E l'altro rispondeva: "Non sarà un po' presto?"". Repubblica Bologna VALERIO VARESI

martedì 7 febbraio 2017

Parla il maestro Beppe Vessicchio

Maestro Beppe Vessicchio, lei da Trump si esibirebbe? «Di solito si invita chi si frequenta o pensi che possa gradire le circostanze che generano l' incontro. Ho la sensazione che se Berlusconi vincesse le elezioni non inviterebbe Guccini per festeggiare il suo insediamento a palazzo Chigi. Un atto di coerenza intellettuale. La apprezzerebbero entrambi».

mercoledì 18 gennaio 2017

'Son morto che ero bambino' Francesco Guccini ad Auschwitz

Sarà presentato lunedì 23, in anteprima nazionale, alla Camera dei Deputati, il documentario di Francesco Conversano e Nene Grignaffini 'Son morto che ero bambino' Francesco Guccini va ad Auschwitz che prende il titolo dalla canzone 'Auschwitz' e racconta il viaggio al campo di sterminio nazista di Francesco Guccini, insieme a monsignor Matteo Zuppi e la seconda media di Gaggio Montano (Bologna) Sarà presentato alle 17 nell'aula dei gruppi parlamentari della Camera, nell'ambito di un'iniziativa organizzata nell'ambito delle celebrazioni della giornata della memoria All'incontro, organizzato dai deputati Sandra Zampa e Walter Verini, parteciperanno, insieme allo stesso Guccini, la presidente di Montecitorio Laura Boldrini, Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma, monsignor Zuppi, Walter Veltroni e Sami Modiano. Il film è prodotto da Movie Movie e sarà trasmesso da Rai Storia il 27 gennaio alle 21.