giovedì 13 settembre 2012

il Guccini di notte di Giovanni Bogani


Giovanni Bogani, scrittore e giornalista fiorentino, la sera dell’undici settembre 2012 si precipita, come tanti altri fan, al Festival del PD alle Cascine di Firenze per farsi autografare la sua copia del “Dizionario delle cose perdute” ma Sergio Staino, inaspettatamente, lo invita sul palco a fare qualche domanda a Francesco.
Queste le sue impressioni, pubblicate poche ore dopo con un ispirato post notturno su FB:

         “Ho settantadue anni, che cosa posso sperare dal futuro?”. Lo dice mentre tutti vengono da lui, ogni due minuti, per farsi firmare un libro. Lo dice un minuto dopo che, passando, la gente gli ha fatto “forza Guccini!”, come si dice a un ciclista. Lo dice dopo che ha raccontato per ore il suo passato, sul palco. Facendo ridere, senza perdere per un attimo il fascino, la presa sul  pubblico. Che l’avrebbe ascoltato anche se lui avesse parlato di cuscinetti a sfera, o di spille da balia.
         E del resto, ha raccontato del Flit, l’insetticida degli anni ’50, Fly Toxic. Ha raccontato dei film che vedeva quando era ragazzo, dei giornalini che leggeva – Paperino, ma in una versione strana che non ho capito – e delle cingomme che lui inghiottiva, non sapendo che si masticavano e non erano esattamente uguali alle caramelle. Ha parlato dell’amore, di come si imbarcava, sorvolando un po’. Ha fatto l’albero genealogico di tutti i musicisti con cui ha suonato, all’inizio. E io mi ci sono perso. E credo anche il pubblico.
         Poi a tavola, mentre tutti lo festeggiano, mentre la tipa col camice bianco lo tratta come un fratello, come un parente, e tutti hanno questa confidenza selvaggia, paesana, che non avrebbero con altri, lui sembra perso in una sua nebbia. Sarà per gli occhiali da presbite che ha, anche un po’ fuori moda come montatura. Non riesce a leggere la scritta sulla maglietta di Sergio Staino, e se la fa raccontare da lui.
         Sarà perché ha l’aria che tutto quello che viene fatto in suo onore non lo interessi più. Racconta di un suo musicista, che aveva la cistifellea in peritonite. Lo hanno portato in sala per operarlo, e gli hanno scoperto un tumore a un rene. Una roba di sette centimetri. Lo hanno tolto, e ora sta meglio. Non aveva fatto metastasi, e non aveva dato nessun sintomo. Un tumore asintomatico. Se non aveva l’altro malanno, sarebbe morto senza accorgersene. “A volte quanto conta il culo”, dice. Si capisce che i mali lo interessano di più di tutto il resto.
         “Ogni mattina ti svegli con un nuovo malanno, ma non è mai quello giusto”, scherza in modenese. Si è sposato da non molto, con una donna giovane, che qualche anno fa era una ragazza. Ha una figlia, grande quanto la moglie. Ha deciso di vivere nel suo Appennino, un Appennino dimenticato. Un giorno voglio tornare a trovarlo. Prima che sia troppo tardi.
         Non perché penso che stia per morire. Ma perché è tutto perso in un suo lago di pensieri, o non pensieri. Non ascolta più. Gli chiedo che musica gli piaccia ascoltare. “Non ascolto più: solo quello che sente Raffaella. Ma spesso le dico di spegnere”, mi risponde. Non ha più curiosità per i nuovi cantautori, per chi potrebbe dargli suggestioni, spunti, fiamme per accendere nuovi fuochi. Niente.
         E che cosa legge? “Leggevo più prima”. Ma che cosa si fa a Pavana, d’inverno? “Si guarda la neve, si impreca contro la neve. Si legge, si mangia, si sta sotto le coperte”, e mi dice qualche altra cosa che non ricordo. Non c’è nemmeno più il club 77, o come cazzo si chiamava.
         Dice che non è più comunista. Anzi, che non lo è mai stato. Anarchico, sì. Comunista, no. Però amava Che Guevara. Dovevo portargli il mio libretto. Pazienza. Non lo avrebbe letto mai. E non leggerà neanche la pagina che lo riguarda, su “Amore a ore”. Uno che è diventato personaggio di fumetto, argomento di tesi di laurea, che vuoi che gliene freghi della pagina di un libro.
         Gli racconto di quando a casa sua ho incontrato Bonvi. E si illumina, e si rattrista insieme. Pensa che è morto. Pensa molto ai morti.
         Suo padre, Van Loon. Gli chiedo di suo padre, anche se so già tutto. So di quei libri in cui c’era una divulgazione alla Piero Angela, e so di suo padre che non era colto ma era curioso. Però dice una cosa che non mi aspetto: “Nei concerti non riesco più a cantarla. A metà mi fermo”, e si capisce che è per la commozione. Amava suo padre. Quell’uomo tornato da Auschwitz, o da Buchenwald, a piedi. Come hanno fatto in tanti, dopo la liberazione dai tedeschi. Nemmeno un biglietto di treno. O forse i treni non circolavano più. Come si tornava dalla Germania all’Italia? Quanto è impossibile fare un percorso così, dopo che si è stati in un campo di concentramento?
         Racconta di quando non aveva un impianto hi-fi. Dice che il suo primo stereo lo ha comprato nel 1972. Dopo i primi tre dischi! Cioè: produceva dischi. Ma non poteva sentirli. E già era diventato un mito per tanti, già erano passate le canzoni straordinarie, da “Auschwitz” a “Dio è morto” a “L’isola non trovata”, a “L’orizzonte di K.D.”, fino ad arrivare a “Radici”, a “La locomotiva”, e “Incontro”. Aveva già raccontato la vita, aveva già raccontato l’insorgere del passato come se fosse uno che di vita ne aveva percorsa tantissima. E aveva solo poco più di trent’anni. E non aveva uno stereo.
         I ricordi passano, sul palco, dall’uno all’altro. Io sto solo attento a non sciuparli, a non dire nulla che possa fermare il flusso del suo peregrinare nella nostalgia. Vorrei chiedergli perché ha fatto un libro così. Che gioia gli dà, sentire di nuovo gli odori di quelle cose. Vederne le forme, sia pure solo per un libro. Che gioia gli dà ritrovare il ricordo del Flit, della banana con cui venivano pettinati i bambini, il ricordo dei cibi che mangiavano da ragazzi, del maiale inseguito sulla neve, con il suo sangue che sgorgava e le sue grida impazzite?
         Il fatto è che si vuole sempre rivedere quel film. Il film della nostra infanzia. Il film di quando eravamo ragazzi. E’ un film bellissimo, quello.
         E infatti, anche io voglio vederlo. E per me, le cose antiche e belle da ricordare sono lì, su quel palco.
         Staino. Io me lo ricordo. Me li ricordo gli anni ’80, i miei anni ’80. Il freddo assoluto, a Torino. E come andavo per le bancarelle, a cercare i numeri di Linus che ho ancora in casa. E nelle prime pagine, c’era la storia di Bobo. Io quella volevo leggere. Perché? Perché mi commuovevo, perché ridevo, perché  mi sentivo compreso da quelle strisce. Perché ritrovavo un mondo che non conoscevo del tutto, quello dei comunisti, insieme al mondo che conoscevo, l’amore difficile, gli intellettuali, gli occhiali, la barba che avevo all’epoca. E trovavo la realtà, tutto il mondo che avevo intorno. Lì, nelle tavole pubblicate su Linus. Poi c’era tutto il resto. Chi scriveva, e le altre storie a fumetti. Ma io aspettavo un mese soprattutto per quello, per Bobo.
         E poi l’ho conosciuto, Sergio. L’ho visto camminare lento come un patriarca, perché non ci vede più niente, con il bastone da Mosè, tutto nodoso, dritto e grosso e abbronzato come il calabrese che è ancora, nonostante sia toscano. Ho sentito i suoi scoppi  d’ira ancora da ragazzo, e ho ammirato i suoi capelli bianchi. Ho visto crescere Ilaria, che da tempo  non è più come nei fumetti. È una donna, anzi è quasi più grande di me, adesso che ha un uomo, e un figlio, dopo avere avuto una compagna. La ricordo quando, tredicenne, esprimeva opinioni categoriche, radical chic, in quella casa così bella in campagna, che lei non aveva meritato col suo lavoro, quella casa bellissima piena di libri, di musica, di disegni. Quella casa dove credevo di essere arrivato in Paradiso.
        E Guccini.
        Guccini. La prima volta, fu nel 1972. Il mio amico Claudio che urlava in via Lambruschini “La bomba proletaria illuminava l’aria”. Aveva nove anni e non sapeva che cosa volesse dire. Però l’aveva catturata nell’aria, quella frase. Bomba proletà / lluminava là.. la sentivo così, io. Bombaproletà lluminavalà. E non capivo che cosa volesse dire. La cantava nel vuoto di una strada che percorro ancora, che fa parte del mio quartiere, quel quartiere che è quasi un paese.
         1972. Una ragazza più grande che ha una cassetta di “Radici”. Mostrata come si mostra della droga, o una molotov. Una cosa segreta. Radici. Una cassettina che mi sembrava celeste. Quella ragazza aveva i capelli neri, era la sorella grande di qualcuno. Conosceva la vita, lei. Forse aveva persino quindici anni.
         Nel 1976. Il negozio di dischi Alberti, in via de’ Pecori. Pieno, stracolmo di copertine di Via Paolo Fabbri 43. Il volto di Guccini, sgranato, nella foto che poi ho saputo era stata presa in Grecia. E che sarà la foto di tutti, tutti i suoi concerti, per trent’anni a venire. L’unica foto dei manifesti. Io avevo tredici anni, e Guccini era diventato famosissimo. E quindi, per questo, mi stava quasi antipatico, anche se non lo conoscevo.
         Poi il momento in cui cambiò tutto.
         Il 1977, al mare. Avevo quattordici anni. E la vita era un mistero feroce. Le ragazze un mistero feroce. L’amore, un mistero feroce.
         Qui, intanto, dai piani inferiori sale un meraviglioso odore di caffè. E’ l’alba. Il giorno nuovo arriva, tutto proiettato verso l’inverno. L’estate è finita. E forse è finita anche la prima parte della mia vita. O forse tutta, chi lo può sapere. Magari è finita tutta, e non c’è niente di là, non c’è niente dopo l’ultimo malanno, quello “giusto”, come aveva bofonchiato Guccini poche ore fa. Forse non c’è niente. E allora, è giusto rincorrere i ricordi, come fa  Guccini, rincorrere gli oggetti, le Nazionali senza filtro,  il “prete” da mettere sotto il letto, tutti gli altri oggetti, il Flit, il cinema, il maiale che muore, con il suo naso a presa di corrente, e le parole, le parole da cercare, da inseguire, da coltivare, da carezzare, da scrivere bene. La parietaria attaccata ai muri, che il tuo produttore non voleva mettessi dentro le parole di una canzone, la parietaria che non si capisce. E invece deve essere quella la parola, e non l’erba, non qualcosa d’altro, la parietaria. La precisione è importante.
         Con la precisione delle tue parole, semplici, oneste, mai fatue, mai inutilmente “poetiche”, mi avevi conquistato.
         Era il 1977. Il mare era una battaglia, per conquistare lo sguardo di una ragazza. C’erano due che giocavano a pallone da dio, Antonello Bonomo e un certo Mancuso. Bonomo aveva la pelle scura, giocava nelle giovanili della Roma, sembrava un dio quando scartava tutti, era orgoglioso come Cristiano Ronaldo, era cattivo come lui. Era un negro italiano, come Balotelli. E nessuno poteva strappargli la palla. Come facevi a competere con questi semidei? E Mancuso oltre a giocare a pallone suonava la chitarra. Bene, accidenti a lui.
        Un giorno suonano la Locomotiva, e vedo che gli accordi sembrano facili. Non avevo mai suonato niente. Ma trovai il coraggio di chiedergli di insegnarmeli, quegli accordi. Do Sol7 Do Sol7 Do.
        Non so che viso avessi, e neppure come la suonavo. Con che voce cantassi, che faccia avesse chi ascoltava. Però successe che un giorno la stavo suonando. E che avevo imparato tutte le parole.
        Ma ricordo che c’era un altro ragazzo, di cui non ricordo il  nome. Lui le sapeva tutte, le parole di Guccini. E per ogni discorso, aveva una citazione da Guccini. Tutto il suo mondo era Guccini. Ogni cosa che accadeva nelle giornate, per lui era una postilla a qualcosa che aveva già detto Guccini. Guccini erano i suoi King, la sua Bibbia. Non era un cantante, era un mondo per lui. Era un ragazzo bello, non giocava a pallone ma aveva molte donne. Aveva i capelli lunghi, l’aria selvaggia. Chissà come si chiamava.
         E ogni cosa che accadeva, era un frammento già raccontato in una canzone. Ogni pensiero che avevo, ogni discorso che mi veniva in mente, Guccini l’aveva già detta, con parole cristalline, perfette.
         E allora comprai quel libro. Editore Lato Side. Tutte le canzoni di Guccini. Cominciai a leggerle. Io non le ho ascoltate. Le ho lette, prima. E leggendole mi commuovevo. Leggendo Piccola storia ignobile, la storia di un aborto. O leggendo Amerigo, la storia di un’emigrazione faticosa, lunga, finita con un ritorno senza gloria e senza denaro. Leggevo, e mi immaginavo delle musiche. Poi le ho sentite, le musiche. A volte erano belle, a volte meno. O almeno, non come avevo immaginato. Però quel mondo era diventato il mio mondo. Anche per me la vita la raccontava Guccini. Il pensionato di via Paolo Fabbri 41, o 45 – la porta accanto, insomma – per me esisteva più di un personaggio di Manzoni. E l’anarchico che gettò la locomotiva a schiantarsi su un binario morto, ma anche Lui e Lei della prima canzone che ho letto,  e la bambina portoghese, e la strada della Pennsylvania station, e le cinque anatre, e le ragazze che se ne vanno, e tutte le parole che inventavi, che mi raccontavi. E la ragazza olandese con cui andavi lungo l’Amstel, in una canzone quasi dimenticata, che mi sembrava bellissima. Suo nonno era un grand’uomo, famoso chissà cosa. Da loro si usa dire “è ancora in gamba”: e ti espose, a gesti e a sputi, quella Weltanschauung sua stramba. Come cazzo ti è venuto in mente di fare un verso con la parola “Weltanschauung”?
         Poi tutto è andato così in fretta. L’anno dopo, a scuola, al liceo, ero io che suonavo la chitarra nell’intervallo e tutte le ragazze che volevano sentire “Il vecchio e il bambino”, e “Incontro”. E mi sembrava già di averle fatte mille volte, che non avessero più niente da dire. Il vecchio e il bambino. Che le ragazze pensavano fosse così poetica, il vecchio che tiene per mano il bambino. Sì, ma intorno il mondo muore, il mondo è in fiamme. È una canzone di fantascienza.
        Tutto è andato così in fretta. Imparare la Locomotiva, e l’Avvelenata, e Via Paolo Fabbri 43, e quel giorno del 1980, sempre a Viareggio, andare in bicicletta di corsa al tuo concerto.
         Così di corsa che attraversando la ferrovia cado, con la bicicletta, incastrata fra le rotaie. E il registratore che avevo nel cestino si spacca. E io rimango lì, per terra, stupefatto. Che vedo i fanali delle auto che stanno venendo verso di me. non ci vuole mica tanto a finire male. Prima che i fari mi prendano in pieno, mi rialzo, riparto, non ricordo se avevo le ginocchia sbucciate. Ma al concerto ci vado, lavoravo tutto quel mese per quello. Stadio dei Pini, Francesco Guccini. Iniziasti con “In morte di S.F.”, e io me ne stupii, senza sapere che iniziavi sempre con quella.
         Comprai il tuo disco con i Nomadi, bello che era. Eravate forti, e ironici. E mi piaceva come Augusto cantava le tue canzoni. Augusto, un altro che se ne è andato. Lo incontrai sul retro di un furgoncino, alla fine di un concerto in piazza Santa Croce a Firenze. Stravolto di stanchezza, come sempre. Faceva i bis fino a quando non ne aveva più, e neppure il pubblico. I Nomadi suonavano semplice, ma massiccio. Un quattro quarti che non si fermava mai, come Ligabue, che del resto era di lì, pochi chilometri di distanza fra Novellara e Correggio. Nove, per l’esattezza. Tutti e due, Liga e i Nomadi, cresciuti nella religione del non perdere il tempo, nella sottomissione cieca e fedele al ritmo instancabile delle battute, proletari, fanteria della canzone, a seguire la marcia inesorabile dei piedi che vanno avanti l’uno dopo l’altro, senza svolazzi possibili, per chilometri e fino all’infinito, sempre con passo regolare, fino a ritornare da Auschwitz come tuo padre.
        Augusto Daolio che aveva la voce come uno straniero, bellissima.
         E poi la volta che presi il treno e cercai Pavana. Chi me lo disse che si scendeva a Ponte della Venturina? Non lo so. So che lo presi, il treno. Pistoia. Poi a Pistoia per Bologna, via Porrettana. Gallerie. Roccia. Alberi. Castagni. E la stazioncina. E da lì? A piedi. Salire. Tre chilometri. Non lo farei, adesso. Con i camion che mi ruggivano sui piedi. Fino ad arrivare al bar, l’unica cosa viva lungo la strada. Chiedere, disperati, dove sia la casa del Maestro. E’  ovvio che la sapessero, ma io a vent’anni non ne ero sicuro.
        Suonare. Finire a casa sua, con la televisione accesa, un pomeriggio di domenica. La scoperta incredibile che anche un genio come lui guarda la stessa televisione che guardo io. Mi sembrava impossibile. Pensavo che dovesse avere di più, un canale divino, soprannaturale, per capire le cose che io non capivo.
         La cucina piena di ombra.
        Il pane, olio e sale che stava mangiando.
         Anche quello, pensai che avesse proprietà miracolose.
        E invece, di miracoli non ne sono accaduti neanche per voi. Ti guardo le braccia. Hai delle croste lungo il braccio destro, come se tu ti fossi grattato a sangue, Francesco.  Non sei  più grasso  come un paio di anni fa, ma sembri non avere più le forze. Non canti più non perché ti faccia schifo, ma perché non te la senti, fisicamente. Non hai fame, non mangi quasi niente, alla festa del Pd, dove ti offrirebbero di tutto. Non vuoi i crostini di antipasto, la pasta al sugo di maiale non la vuoi, il secondo niente, la schiacciata alla fiorentina “come se la avessi presa”. Ti dà noia solo che ci sia l’acqua calda, e hai ragione. Come possono essere così sciatti? Va bene che siamo tutti compagni, ma proprio per questo ci vuole rispetto. Non si può far finta che vada tutto bene perché siamo compagni.
        Sergio dice “io ho ancora speranza, per le giovani generazioni, non per me”. E tu rispondi “sì, ma per me non ne ho”. E si capisce che pensi di non poter vivere tanto a lungo, e che la cosa ti fa girare tremendamente i coglioni.
         Spero che ci sia un aldilà dove riceverai il premio per tutte quelle vite che hai reso più piene, più ricche, per tutti quelli che – come me – hai reso capaci di sentire cose a cui non sapevano dare un nome. Spero che ci sia un aldilà dove potrai ritrovare tutte le cose del tuo mondo di un tempo, i giochi che facevi da bambino, il Meccano e le bilie, e le vecchie suore nere, le carte e vento che volan via nella stazione di Modena, e tutte le luci intraviste da un treno. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa, e il cuore di simboli pieno.
        Quale sia e che senso abbia la direzione in cui corriamo, nessuno lo sa. È vero. Lo avevi capito a trent’anni, ne sono passati altri quaranta, nessuno ha scoperto altro, nessuno ha risolto il problema. E’  la prima volta che leggo in te la paura, non quella di invecchiare, ma quella di morire. E capisco che tutto quello che hai fatto, nella vita, è stringere gli attimi, e i ricordi. E adesso tutto si fa un po’ più confuso, sei un po’ sordo e ci vedi poco, hai meno forza, cantavi “Ho ancora la forza” solo qualche anno fa, e adesso quella forza non ce l’hai.
        Però, se c’è uno che ha dato, a migliaia, forse a milioni di persone, che ha dato a loro – e a me, fra loro – il colore di certi sentimenti, la forma di certi pensieri, quello sei tu. Non erano soltanto canzoni, e non era certamente soltanto politica. Era – è – un sentimento del vivere, sospeso tra orgoglio, nostalgia, tenerezza per gli attimi, amore, desiderio di dare un nome alle cose. E’ il mondo in cui sono vissuto. Nessuna canzone, né Gianni Morandi, né Peppino Gagliardi, né Nicola di Bari, né Albano, e neanche certo Nek, o Grignani, o Tiziano Ferro, hanno mai saputo fare questo.
        Così, arriviamo a oggi. Io che per caso sono su questo palco, con te. E guardo la gente davanti, non so che cosa pensa. So che sono quasi invisibile, ugualmente. E so che, in questo momento, in questo momento che non immaginavo, io che non pensavo neanche di riuscire mai più a parlarti, in questo momento – dicevo – io sono quasi felice.

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